Dalle cineserie alla ceramica artistica

Un nuovo impulso produttivo tra Otto e Novecento

La terraglia è un impasto ceramico a corpo bianco di facile modellazione, suscettibile dei più diversi trattamenti e colorazioni. A Pisa durante tutto il XIX secolo sono molte le fabbriche che la utilizzarono per i loro prodotti, in particolare le manifatture Pera e Palme – poi Richard – che produrranno fino al 1954 l’una, e il 1975 l’altra.
In terraglia venivano realizzati oggetti di uso domestico per la tavola, la cucina, la camera o il bagno, ma anche stoviglie che richiamavano, nei loro disegni, le porcellane di maggior pregio, potendo però offrire un prezzo decisamente più basso, grazie al minor costo della materia prima: sono i modelli “all’uso inglese” o, come alcuni li definiscono, “le cineserie”.
Accanto alle fabbriche di ceramica per uso domestico, intorno al 1920 iniziarono la loro attività nuove manifatture, come la “S.C.A.P.”, la “F.M.P.” e la “Terre Cotte Artistiche San Zeno” che danno vita ad un nuovo ciclo produttivo, legato alla ceramica artistica, a volte smaltata, altre ingobbiata e graffita, che si richiama ai decori e alle tecniche delle manifatture pisane medievali e rinascimentali, rivisitandole e mescolando generi e stili secondo il gusto del tempo.

Particolare della tornitura di un vaso

San Michele: il quartiere che produce stoviglie

La tradizione dei laboratori artigianali approda alla grande fabbrica del Novecento

Nei primi anni del Novecento erano attive, tra città e territorio, una decina di fabbriche di stoviglie in terraglia, terracotta e maiolica, eredi di una lunga tradizione: piccoli opifici manuali, ma anche fabbriche consistenti e meccanizzate concentrate nel quartiere orientale di Pisa, quali la Aristide Corradini, nota per i decori dipinti e a decalcomanie, e “L’Aquila Italiana” di Cesare Contavalli, che dal pentolame era passata alla realizzazione di vasellame decorato secondo le tipologie albisolesi. L’Aquila, attraverso la successiva esperienza de “La ceramica di Pisa”, ha poi avuto continuità nella ditta Pasquinucci che ha trovato sede nel Valdarno pisano, restando ancora oggi attiva.
Vi era poi la “Richard Ginori” che già alla fine dell’Ottocento aveva una struttura produttiva moderna: acquistato nel 1887 l’opificio Palme, situato nel chiostro di San Michele degli Scalzi, questa manifattura si affermò per la produzione di terraglie di qualità, surrogato della più costosa porcellana.
A fine Ottocento la fabbrica occupava 245 persone e nel 1914 circa 500, in grandissima parte donne. Lo sviluppo subì una interruzione già dopo la I Guerra Mondiale, per motivi daziari e di concorrenza e, pur con momenti molto positivi, non raggiunse più i fasti iniziali. L’arretratezza tecnologica portò negli anni Settanta dello scorso secolo alla chiusura, cui seguì la distruzione dello stabilimento a seguito di una improvvida operazione immobiliare.
È interessante notare che sia la fabbrica Corradini che la Richard Ginori avevano strutture abitative e ricreative per il personale, secondo la linea industriale dell’epoca.

L’ingresso della fabbrica Richard Ginori di Pisa nei primi Settanta dello scorso secolo (di Paolo Di Sacco)

Mattoni per la città

La produzione di laterizi tra Otto e Novecento

Nell’Ottocento lungo la bassa valle dell’Arno molte erano le fornaci da laterizi, spesso dotate di impianti Hoffmann a fuoco continuo: caratteristiche grandi strutture ovali che presentavano al centro un’alta ciminiera.
Con l’argilla tratta dai “cavi” sugli argini si producevano mattoni, tegole e tavelle per l’edilizia.
Era un’importante risorsa economica: al momento dell’Unità d’Italia Pisa contava circa 300 fornaci. Si trattava di produzioni stagionali o intermittenti, attive d’estate quando la temperatura permetteva l’essiccazione dei mattoni prima della cottura.

Forte era la presenza femminile: nel Pontederese moltissime mattonaie intrecciavano questa attività con l’agricoltura.

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